Ho introdotto da circa 9 mesi una integrazione di Vitamina D nel protocollo terapeutico che faccio seguire ai pazienti che sottopongo a terapia implantare. Questo in base a mie idee (che ho trovato bene illustrate da quanto riportato dallo studio della Scuola di Salute Pubblica di Harvard che riassumo di seguito) ed in base ad alcune analisi a campione richieste ai miei pazienti che mi mostravano spesso una carenza importante di questo fattore anche in soggetti in ottima salute. Di recente ho trovato un altro sito (della ‘jen reviews‘) che riassume bene le conseguenze di un deficit di vitamina D e da consigli alimentari utili per la sua integrazione.
Il problema della vitamina D
Secondo recenti studi circa 1 miliardo di persone nel mondo soffre di livelli inadeguati di vitamina D nel sangue. Questo deficit può essere riscontrato in maniera diffusa indipendentemente dalla razza e dall’età. Addirittura, nei paesi industrializzati sono ricomparse malattie come il rachitismo che erano state debellate nel recente passato.
Questa carenza vitaminica assume un’importanza sempre maggiore man mano che vengono alla luce i molteplici ruoli che la vitamina D svolge nell’organismo. In passato chi studiava medicina considerava la vitamina D solo nel suo ruolo riguardante il metabolismo dell’osso e riteneva impossibile una sua carenza dal momento che bastano 15 minuti al giorno di passeggiata al sole per ottenere la vitamina necessaria al fabbisogno giornaliero. Attualmente si considera di fondamentale importanza questa vitamina per evitare i rischi di malattie croniche come l’osteoporosi, malattie cardiache, alcuni tumori, sclerosi multipla, infezioni (come ad esempio la tubercolosi o anche una semplice influenza stagionale).
Quanta vitamina D assumere?
Non è ancora chiaro il fabbisogno giornaliero esatto di vitamina D. Alcuni studi, tra gli ultimi quello dell’istituto di Medicina del 2010, ha raccomandato un apporto di circa 600 unità internazionali al giorno di questa vitamina. Inoltre questi studi hanno dimostrato che anche raggiungere valori di 2000 o 4000 unità internazionali al giorno non darebbero problemi alla salute (va ricordato infatti che un eccessivo apporto di vitamina D comporta il rischio di calcificazioni in vari distretti e alterazioni del metabolismo del calcio del fosfato e del magnesio). Comunque sembra assodato che un eccessivo apporto quotidiano per lunghi periodi possa comportare un aumento del rischio per quelle stesse patologie che si vorrebbero prevenire come fratture e debolezza muscolare.
L’apporto di questa vitamina con gli alimenti è basato sul consumo di cereali a colazione (meglio se arricchiti con vitamina D) e pesci grassi come il salmone, il tonno, la trota. Le forme in cui si presenta sono fondamentalmente due: D2 (o ergocalciferolo) e D3 (o colecalciferolo). Il colecalciferolo è chimicamente non distinguibile dalla vitamina D prodotta dal corpo. Il corpo produce questa vitamina dal colesterolo attraverso l’azione del sole sulla pelle ma questa azione si riduce i soggetti obesi, o anziani o che hanno un colore della pelle scuro. Anche l’applicazione di creme protettive contro l’effetto dannoso dei raggi solari riduce la produzione di questa vitamina.
I livelli di vitamina D e la correlazione con alcune patologie
Tralascerò l’importanza di questa vitamina nel metabolismo del calcio e del fosforo per la formazione ossea essendo questa parte ampiamente conosciuta. Ma recettori per questa vitamina sono stati trovati in moltissimi altri tessuti e gli scienziati ancora oggi non sono riusciti a comprendere appieno i numerosi meccanismi che regola. Sono in corso studi che coinvolgono decine di migliaia di persone in tutto il mondo allo scopo di migliorare la comprensione di una carenza di questa vitamina nella popolazione: uno tra questi (VITAL) sta cercando di comprendere se l’apporto di 2000 unità internazionali al giorno di questa vitamina può abbassare il rischio di cancro, di malattie cardiache e di morti improvvise dell’uomo ma non è ancora giunto alla sua conclusione.
Per quanto riguarda il cancro alcune ipotesi sono state avanzate su una correlazione fra i bassi livelli di questa vitamina e l’aumentato rischio di cancro del colon, sebbene non si sia ancora accertato con sicurezza che l’assunzione di questa vitamina abbassi il rischio di contrarre questa forma di tumore.
Riporto anche uno studio sulla forte correlazione tra bassi livelli di vitamina D e maggiore incidenza di cancro al seno in donne in età post-menopausa.
Anche per altre patologie non si è raggiunta una certezza, sebbene gli studi mostrino che l’evoluzione a lungo tempo di malattie come il diabete, la sclerosi multipla e patologie infettive come la tubercolosi o la semplice influenza sia migliore in soggetti con livelli di vitamina D nella norma rispetto ai soggetti con bassa vitamina D.
A livello cardiaco, inoltre, alcuni studi stanno dimostrando che bassi livelli di questa vitamina comportano un rischio doppio di attacchi cardiaci, morte improvvisa e infarti. Sembra emergere infatti che la vitamina D giochi un ruolo importante nel controllo della pressione sanguigna e nella prevenzione dei danni arteriosi, sebbene gli studi non siano ancora stati completati. Più in generale, comunque, si è già dimostrato come un supplemento quotidiano modesto di vitamina D riduca del 7% la mortalità da qualsiasi causa nell’adulto.
Le mie considerazioni finali
Mi sono sensibilizzato all’argomento dopo che, nel marzo 2013, ho riscontrato nelle mie analisi quello che poteva essere inquadrato come diabete e che si associava a forte carenza di questo elemento nel mio organismo. Reintegrando la vitamina D ho migliorato il quadro che ora è bene sotto controllo con una semplice dieta leggera. Questo non significa assolutamente che, come medico, inviterei un diabetico a trascurare un regime alimentare adeguato o una idonea terapia confidando solo su gocce di vitamina D. Ho proseguito approfondendo l’argomento anche grazie ad alcuni miei pazienti che hanno inserito la valutazione di questo fattore nelle analisi chimiche del sangue che fanno di routine, mostrandomene i risultati.
Anche studi fatti in campo odontoiatrico hanno dimostrato l’influenza di una integrazione di questa vitamina nella evoluzione di terapie ortodontiche sebbene non abbia trovato articoli di riferimento in merito (sicuramente per una limitatezza di questa mia ricerca). Il dosaggio che prescrivo è sufficientemente basso da non comportare un rischio di accumulo ma ritengo che sia comunque in grado di fornire un’utile integrazione durante la guarigione ossea dopo l’inserimento dell’impianto.
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